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Per vivere la liturgia

La messa

 

“Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese il pane e, dopo avere reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo che è per voi: fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me»”. (1Cor 12, 23-25) È questo il testo più antico che ricorda l’istituzione dell’Eucarestia; Paolo scrive ai cristiani di Corinto quanto Gesù ha fatto e detto. Da questo evento, da quella sera, la comunità dei testimoni di Cristo morto e risorto mai tralasciò nel corso della storia, di adempiere al mandato ricevuto. È ovvio che in questi 2000 anni di cristianesimo molto da quella cena è cambiato, ogni epoca vi ha inserito qualcosa che oggi arriva a noi come patrimonio e ricchezza ma che nel tempo stesso può non essere più chiara nel significato e nell’immediata comprensione.
Innanzitutto: i cristiani quando si incontrano per celebrare l’Eucarestia non sono un “gruppo” qualunque ma un “popolo” strutturato con funzioni e servizi diversi. C’è chi presiede, vescovo o presbitero, che è segno del Signore Servo di Dio, unico Sacerdote, e ci sono i fedeli radunati, segno del Corpo-Chiesa che adempiono al loro sacerdozio battesimale; il presidente non è al di sopra dell’assemblea, egli ne è parte perché chi presiede è sempre e solo il Cristo Signore, Sacerdote e Pastore. Membri attivi di questa assemblea-Corpo sono: il diacono, i lettori, i ministranti, i ministri straordinari per la distribuzione dell’Eucarestia, gli animatori del canto e anche altre persone che possono svolgere altre funzioni individuate come utili e necessarie, quali ad esempio la raccolta delle offerte, il servizio di accoglienza ecc. A questi si aggiungono ulteriormente come preziosi collaboratori quanti si prestano per le pulizie, il decoro, gli addobbi, la manutenzione della chiesa e delle sue suppellettili, in primis i sacristi.
Quindi tutta l’assemblea è chiamata a “partecipare” e non ad “assistere”.

 

In cammino, 1 dicembre 2013

Segni e gesti di chi presiede

 

Il celebrante quand’è davanti all’altare si china e lo bacia: è venerazione del “luogo”, la mensa infatti è segno della roccia che perennemente dà la vita, tomba vuota del Risorto balzato alla vita dalla morte.
Con l’altare, altro segno liturgico della tomba vuota del Risorto è l’ambone, “luogo” da cui viene proclamata la Parola; è la “pietra rovesciata” da cui l’angelo annuncia la risurrezione.
Dalla sede il celebrante guida la preghiera e presiede la Liturgia della Parola.
Si sposta all’altare per la “presentazione dei doni” che consiste nell’accogliere e collocare sull’altare i doni che per noi diventeranno il corpo e il sangue di Cristo, cioè il pane e il vino; contemporaneamente la comunità partecipa con l’offerta in denaro per i bisogni della Chiesa e dei poveri.
La lavanda delle mani è ciò che rimane del gesto di accogliere anche le offerte in natura che un tempo sostituivano l’offerta in denaro; oggi è accompagnata da una preghiera con cui il celebrante chiede di essere degno di celebrare i sacri misteri.
Alla preghiera sulle offerte l’assemblea dà il suo assenso alzandosi in piedi e così si entra nel cuore della preghiera eucaristica.
Le braccia alzate con cui prega il celebrante esprimono la lode, la gioia, l’acclamazione, la ricerca di Dio e nel tempo stesso la supplica, la domanda, l’accoglienza e la disponibilità verso il Padre.
Il segno delle mani aperte e alzate può lodevolmente essere condiviso da tutta l’assemblea durante la preghiera del Padre nostro.
In alcune celebrazioni solenni il celebrante incensa l’altare. L’uso dell’incenso nella Liturgia cristiana è un segno di rispetto verso oggetti e persone in riferimento a Cristo. Nei funerali si incensa il corpo del defunto perché mediante il battesimo è diventato “tempio dello Spirito Santo”.
Ogni celebrazione si conclude con la benedizione: è una preghiera della Chiesa che mette ogni creatura, ed anche ogni oggetto, in relazione con Dio e invita ogni credente a vivere responsabilmente la propria fede.

 

In cammino, 8 dicembre 2013

Riti di accoglienza e d'ingresso

 

Apparteniamo ad una società in cui l’anonimato e l’individualismo la fanno da padroni e questo succede spesso anche nelle assemblee liturgiche. Quanto può rivelarsi importante all’inizio di ogni celebrazione creare un clima fraterno di accoglienza!!! Un volto sorridente, una stretta di mano, un “buon giorno” senza necessariamente doversi dilungare in chiacchere inutili, esprimono simpatia, calore e benessere.
La festosità del canto d’inizio dice la gioia di essere insieme ed è opportuno che coro ed assemblea cantino insieme.
La processione d’ingresso, quando è possibile farla, è segno del cammino del popolo di Dio verso il suo Signore da cui viene accolto; ministranti e sacerdote celebrante seguono la croce e il diacono o un altro ministro portano in alto, in evidenza, l’Evangelario che poi viene posto sulla mensa.
Il bacio all’altare è il primo saluto che il celebrante, a nome dell’assemblea, rivolge al Signore venerandone il simbolo espresso dalla “pietra” che fonda la mensa comune.
Il segno della croce fatto bene e in modo consapevole è il gesto che ricorda che siamo cristiani e dice la motivazione profonda dell’essere assemblea convocata e chiamata che ha risposto all’invito.
Il saluto del celebrante non è un augurio, bensì una certezza, assicura che il Signore è presente e dialoga con ogni fedele.
L’atto penitenziale aiuta l’assemblea a incontrare il Signore misericordioso ed è espressione del desiderio e del bisogno di essere “famiglia” i cui membri sono in pace tra di loro e con il Signore; il battersi il petto indica proprio questa assunzione di responsabilità personale: “per mia colpa…”
Infine il canto del Gloria esprime la gioia di tutto il popolo di Dio e dovrebbe essere sempre cantato dall’assemblea con l’aiuto del coro.

 

In cammino, 15 dicembre 2013